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La crisi del femminismo: il problema dell’efficacia

Il femminismo, inteso come politica dei nessi, della connessione fra personale e politico, muore se si colloca nella dimensione autonoma e separata della politica. Diventa, cioè, strumento inservibile per rispondere alla crisi della politica. Quali sono oggi le forme possibili di una riconnessione non enunciativa fra personale e politico? Quale è la nostra efficacia in termini di trasformazione del senso comune? Quanto siamo riuscite a connettere il tema della formazione/liberazione dell’individuo con la tensione alla trasformazione? Siamo, noi, un esempio di politica incarnata?
Nella crisi dei paradigmi politici anche il femminismo rischia di risuonare  come una parola che ha avuto una tale inflazione, banalizzazione, al punto da non significare più nulla.
Come entra in questo un femminismo che ha subito un radicale slittamento di senso?

Un Commento a “La crisi del femminismo: il problema dell’efficacia”

  1. imma barbarossa Scrive:

    Cara Eleonora e cara Linda, care tutte
    Gli antichi dicevano “Historia non facit saltus”. Beh, io sono d’accordo. Non nel senso di una continuità lineare in cui il prima è il presupposto del dopo e il dopo si spiega col prima, non nel senso di uno storicismo del “progresso” o dello sviluppo, per cui il dopo sarebbe un passo avanti rispetto al prima o un completamento del prima. D’altronde qualche augusto dirigente del Prc usa e abusa (usava e abusava?) di Benjamin, del suo Angelus Novus che viene spinto in avanti ma si gira indietro a guardare le macerie. No, la storia non fa salti nel senso che ogni evento ha le sue ragioni, che bisogna intestardirsi a cercare. Rotture sì ma non salti.
    Perciò comincio col dire che non condivido quel vostro “bruscamente” che segnerebbe l’interruzione della “nostra” storia. Vuoi o non vuoi, la nostra storia è nata dentro Rifondazione comunista. La nostra come collettivo, intendo, giacché ognuna aveva la sua di storia. Dentro Rifondazione comunista ma guardando fuori. Alle donne, principalmente, alle femministe, ad altri/e, al mondo.
    La critica del maschile per noi si è con-fusa (non poteva non essere così) con la critica del patriarcato interno alla tradizione comunista. Ognuna lo ha fatto a modo suo: chi attraverso il disagio della frequenza (militanza?) nei circoli e nelle federazioni, chi attraverso analisi teoriche nuove e antiche, chi – come me – con la pratica dell’attraversamento delle frontiere, della critica dei nazionalismi, del superamento dei confini, del disvelamento del nesso maschile/potere, maschile/universale. La nonviolenza come critica del potere e del patriarcato militarista. La comprensione che persino la scelta del separatismo poteva preludere alla costruzione di un’altra storia, non una storia minore, ma una storia altra, la critica dei vincitori ma anche dei vinti, se sono tutti entrambi militarizzati. La critica degli eroi. Nella nostra internità al movimento altermondialista alcune di noi non si fecero abbagliare dalla rottura della forma partito come elemento salvifico, anche il movimento era maschile, nonostante le tante donne “militanti”. Eppure il movimento ci vide interne, con passione e convinzione. Sempre asimmetriche, come si deve essere in una società patriarcale. Sempre fuori e dentro, necessariamente. Ci furono differenze tra noi, ce ne sono sempre state. “Legittime differenze”, dite. Ma ci sono differenze non legittime? Penso di no, il problema è nominarle, farne un elemento di relazione personale e politica; al contrario, quel termine “legittime differenze” che avete usato nella sua politically correct neutralità mi pare che sconfini in una sorta di visione liberale in cui ognuno la pensa a modo suo e va bene così. Direi che al punto in cui siamo non di differenze si tratta, ma di conflitti – che vanno nominati. Il femminismo non è una nicchia né un passe-partout, né una camera iperbarica. Dentro, tutte d’accordo, nei luoghi misti dove si fa la “Politica generale” ci si accapiglia su tutto.
    Infatti, care Eleonora e Linda, mi pare che ci siano problemi interni che non vanno messi tra parentesi, pena la schizofrenia.

    La crisi del femminismo e il problema dell’efficacia
    Avevamo provato a segnare – criticamente – l’apertura di Rifondazione comunista nella Sinistra Europea (italiana) e a Carrara. Non tutte ci avevano creduto. Parecchie nostre amiche sì (Lea Melandri, ad esempio). Io sì. Che il femminismo – come ha ben scritto Lea – non abbia costruito senso comune diffuso è vero, ma non è vero che non abbia costruito strumenti teorici del conflitto. E sappiamo su che cosa e a partire da cosa (e con chi) possiamo agire il conflitto con gli uomini, nella società, nei luoghi misti, nel partito. È stata qui la felice anomalia del forum delle donne, l’intreccio tra essere comuniste e l’essere in grado di costruire una relazione politica vera con donne e femministe “fuori”, fuori dal forum e fuori da Rifondazione.
    Questa è la ragione per cui mi è sembrato “naturale” (se posso usare un termine improprio) oppormi a un progetto – tutto politicistico – di superamento del Prc: in primo luogo perché proveniva da un’autorità esterna che si poneva come principio sovra ordinatore, in secondo luogo perché mi pareva che si interrompesse – in maniera traumatica e neutro-maschile – quel felice intreccio tra comuniste e femministe, che non ci ha mai creato ostacoli nelle relazioni con chi non era mai stata comunista e non aveva certo nessuna voglia di diventarlo.
    Infine, la ragione profonda della mia collocazione nel congresso del Prc è stata l’avversione al plebiscitarismo, al leaderismo, alla confusione di incarichi politicamente non compatibili, alle derive misticheggianti di alcuni maschi che hanno confuso – per dirla con Enzo Mazzi – fede e religione, cioè sacro e profano, profanando il sacro e sacralizzando il profano.
    Carissime, tutta questa chiacchierata per dire:
    1) se dite che i conflitti vanno nominati, beh, io li ho nominati.
    2) Considero fuorviante la vostra domanda “Come articoliamo la differenza tra posizionamento femminista e appartenenza ideologica?”.
    Fuorviante per tre motivi:
    a) fate una scala di valori tra femminismo (posizionamento, parola bella) e comunismo (appartenenza ideologica, due parole brutte), cioè tra positivo e negativo;
    b) una femminista non può “appartenere” che al suo genere; con la lente femminista legge il mondo, che è patriarcale, quindi non “appartiene” al suo partito, agisce il conflitto di genere e prova a rileggere la storia, le analisi, i progetti del partito (dal lavoro al welfare, alla politica estera) con il punto di vista femminista;
    c) il comunismo non è un’ideologia, come vi è venuto in mente di parlare di “appartenenza ideologica”? femminismo e appartenenza ideologica non stanno insieme, nemmeno se li “articoliamo”.
    Il laboratorio va bene. Sono interessata a riflettere ancora sulle varie forme del patriarcato, del sacro, del potere.
    Il laboratorio va bene, ma dobbiamo “uscire da noi senza perderci” (documento del CPN del 16 ottobre 2006, quando cominciò il balletto del superamento), affacciarci senza preclusioni nei movimenti scuola, università, lotta alla violenza maschile. Le “sommosse” ci possono aiutare, come pure tutti i movimenti contro i fondamentalismi e gli integralismi, in particolare della Chiesa cattolica. Connettiamo, come abbiamo sempre fatto, la laicità alla libertà femminile, all’affermazione di una sessualità libera, alla ricerca culturale, per un’etica pubblica laica.
    Per finire, c’è una regressione dopo Carrara e la rete femminista? Sì, c’è. Nel partito e tra noi. Dovuta ai maschi che si inventarono l’arcobaleno? Non solo. Dovuta a noi? Anche. Il forum delle donne ha in parte perso autorevolezza, dentro il partito e fuori. Questo per me è il punto di maggiore sofferenza. Non l’avremmo persa se non ci fossimo divise, per usare il termine di Lea? Non credo. Ma è da qui che bisogna ricominciare, dalla consapevolezza di questa perdita. Senza autocommiserazioni, ma nemmeno pensando al forum come ad una nicchia o come a un’associazione femminile. Perché non lo è, perché la sua pratica ha toccato punti alti di critica del patriarcato.
    Imma Barbarossa

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